2 maggio 2008

Eros e Thanatòs - Capitolo II - Il prigionero della Luce Nera

Capita più frequentemente di quanto ci si immagini. 

A me è capitato una volta sola ma per un periodo di tempo lungo, decisamente lungo ed oggi, riguardando indietro, assolutamente devastante.

In un dato momento, tra due persone come un genitore ed un figlio, una coppia di fidanzati, due amici o due colleghi di lavoro, possono venirsi a creare le condizioni per una dipendenza malsana, morbosa, letteralmente patologica: si crea tra loro un un rapporto di puro invischiamento psicologico all’interno del quale un soggetto avverte un forte bisogno inconscio che l’altro gli dipenda. Senza accorgertene, con un veleno che non ha odore, non ha colore, non ha sapore, ti "ammali". Diventi un prigioniero.

Nelle fasi iniziali di un rapporto di coppia, aggravato dall'essere uno di quelli più difficili, dolorosi e forieri di grandissimi sacrifici - un rapporto a distanza - mi sentivo “nutrito”, gratificato, dalla dipendenza che avevo dalla mia compagna, cancellando nella mia testa qualunque figura femminile conosciuta in precedenza, idealizzandola oltre ogni logica, oltre ciò che sarebbe stato sensato ed equilibrato fare per quello che vedevo, che vivevo, che ricevevo. 
Dunque ho inconsapevolmente alimentato il bisogno che la mia partner aveva di creare una figura dipendente da lei, che avesse lei come unico e più alto riferimento per ogni emozione, per ogni scelta.

Il rapporto sembrava vivere in perfetto equilibrio, guidato da un amore senza limiti, destinato a grandi progetti, destinato ad essere l'unica cosa che veramente contava. Al di là di ogni logica considerazione ed al di là dei segnali, spesso evidenti e tangibili, che qualcosa a monte fosse deviato, rotto. Nonostante spesso agli occhi degli altri i rapporti minati da simili dinamiche appaiano spesso ideali, poiché l’incastro emotivo che si instaura conferisce al legame una sembianza di contiguità indissolubile e perfetta (i due diventano un uno assoluto) gli avvertimenti che ricevevo dall'esterno, da amici, familiari, affetti, erano frequenti: non sei felice, quella persona ti sta facendo male, ti sta rendendo un altro, cupo, triste. 
Ti sta modificando.

Quell'amore era in realtà evidentemente malato.
Il progetto che ciascuno di noi ha è per definizione alimentato da un bisogno di autorealizzazione e non può coincidere perfettamente con le esigenze dell’altro; quindi in men che non si dica finimmo entrambi per soffrire. 
Una perché mi tratteneva, io perchè trattenuto. 

In tutti i modi cercavo di continuare ad essere me stesso, rispettando sempre e comunque, prima ancora della persona che amavo, l'amore che provavo per lei.Continuando, ogni giorno sempre più, ad idealizzare, a creare una figura perfetta. 
Che mai mancava di sottolineare la mia imperfezione...

Nonostante le deprivazioni fisiche, affettive, psicologiche, a testa bassa e senza nemmeno affrontare con reale spirito critico quello che la vita, quel rapporto, mi metteva davanti agli occhi, continuavo a porlo su un piedistallo che non poteva essere sfiorato da nessuno. Nemmeno da me.
Gli scontri presto divennero inevitabili e continui, finchè non mi trovai costretto ad essere me stesso solo nei ritagli di tempo. E spesso "di nascosto".

Ad un certo punto il senso di soffocamento dovuto al non poter esprimere fino in fondo il mio essere, il mio amore, il mio pensiero, mi ha scaraventato in un vero e proprio tormento, generato da una spirale egoistica che ancora oggi mi domando se fosse spinta da una qualche forma di vero affetto, non dico nemmeno amore ma anche e solo semplice affetto, per me. 
Mi domando se non fosse spinta da un bisogno di "qualcuno" che si trasformasse in prigioniero, più che di me.

Col passare del tempo, colei che mi tratteneva in una gabbia comportamentale diversa da quello che sarebbe stato il mio spontaneo manifestarmi iniziò a percepire un forte disagio, specialmente con il l'avvicinarsi delle tappe importanti della vita, di avere accanto a sé un uomo che non corrisponde più alle sue nuove esigenze, alle sue passioni. 
Diverso quindi da chi non ride più, non si cura più come prima, non ha più fascino ed è sempre prevedibile, perchè ad ogni richiesta dirà sempre sì.

Questo mi ha sostanzialmente portato a vedere la donna che amavo crescere, sentendomi ogni giorno sempre più inadeguato, sempre meno all'altezza, immaginandola come una dea, che evidentemente non era, e non certo perchè crescesse la mia stima di lei. 
Ma perchè via via spariva la mia stima di me...
...facendomela percepire come un qualcosa non più alla mia portata, come un qualcosa di irraggiungibile.

Accorgermi che tutte le attenzioni che cercavo di non fare mancare mai, tutti i sacrifici fatti, spesso oltre le mie possibilità, sicuramente apprezzati, sicuramente utili alla donna che amavo, erano concretamente del tutto privi di finalità per me mi ha scaraventato in uno stato di assoluto rifiuto di me stesso, togliendomi le forze e la voglia per continuare il mio progetto di vita.

Solo ora mi rendo conto di quanto sia importante capire il prima possibile a chi appartiene il progetto di vita al quale si sta dedicando tutta la propria attenzione, solo ora mi rendo conto di quanto sia importante pensare prima di tutto a realizzare noi stessi, altrimenti non potremo mai ricevere vero amore, quello che aggiunge, non quello che sottrae.

L’insopportabilità di una vita senza senso può condurre a drammi personali irrimediabili: il mio per fortuna è stato rimediabile.

Rinunciare a qualcosa a cui teniamo particolarmente per amore dell’altro è corretto e nobile ma che mai e poi mai deve portare a rinunciare incondizionatamente al senso della propria vita o a compiere molte scelte in funzione dell’altro: il mio è stato un suicidio psicologico e spirituale che, proprio per il bisogno di autorealizzazione insito in ognuno di noi e nella prospettiva di una inevitabile disattesa del rapporto che vivevo, avrebbe portato prima o poi ad un bilancio particolarmente doloroso, che in qualche modo ancora oggi, seppur finalmente sereno e ricambiato, pago. Caro.

Durante quest'anno ho capito veramente, toccandolo con mano, che la nostra mente è in grado di distorcere la realtà fino a modificarla del tutto ai nostri occhi, facendocela apparire talvolta totalmente diversa da ciò che è.
Ho capito che la parola Amore è usata troppo spesso. E con troppi significati. 
Ci sono volte in cui quello che chiamiamo amore, con la sua definizione sul vocabolario c'entra poco. 
O niente.

Dopo che avrò scritto l'ultimo capitolo di una storia che oggi giunge al suo epilogo, sul muretto vi parlerò in modo diverso.
Non più solo del mio viaggio.
Ma dei viaggi che tutti noi compiamo, con il corpo e soprattutto con l'anima che spesso, com'è successo a me, viene investita da una luce nera, perdendosi nel buio. 
Rendendoti prigioniero.

Ognuno di noi ha la sua storia ed un'altra, per quanto simile, non lo aiuterà a maturare le decisioni, gli stati d'animo, che lo porteranno ad una maggiore serenità, all'equilibrio con sè e con gli altri.
Ma tirarle fuori, scriverle, rileggerle, significa prima di tutto ammettere a sè stessi che siano state vissute. A mente fredda, o quasi, le cose appaiono sempre molto diverse.
Oggi mi rendo conto di quanto.

3 commenti:

Eva luna ha detto...

Hesse scrive che l'amore è vivere la passione con saggezza...
a ognuno di noi è cpitato di vivere una storia invischiante,annullatrice... penso che ognuno di noi abbia bisogno almeno una volta di rivivere un amore profondo e simbiotico come quello instaurato con la madre... di essere dipendente, di scomparire inconsapevolmente in un rapporto per poi ritrovarsi davanti allo specchio e sapere dove dobbiamo andare chi siamo...

Lo Zingaro ha detto...

Sono assolutamente d'accordo Eva, benvenuta.
Che una amore totalizzante, che ti annulla, ti devasta, per farti rinascere, possa essere considerato una sorta di tappa della crescita, che possa essere vissuto come un momento necessario, lo accetto, l'ho accettato e prima o poi spero che riuscirò a guardarmi indietro sorridendo e ricordando i rari ma intensissimi momenti belli che lo anno portato a durare tanto.

L'unica cosa che non riuscirò forse mai ad accettare, è di non aver avuto mai la possibilità di viverlo veramente...di mostrare alla donna che amavo, sotto lo stesso tetto, giorno per giorno, chi fossi. Di vedere tornando la sera da un viaggio di lavoro, da una giornata faticosa, "da chi" stessi tornando.
Cresciuti a distanza, ci siamo persi sul nulla, bloccandoci a vicenda...perdendo attimi importanti di vita che spesso rimpiango di non aver avuto modo di vivere.

Ora chi sono lo so, l'ho dovuto capire risorgendo dalle ceneri. Ma non c'è qualcun altro, insieme a me, a guardare il mio riflesso nello specchio...e ne sono felice. Ma il distacco da quella persona, quel legame, in questo modo è veramente difficile da elaborare, sublimare...da far vivere a chi, con estremo coraggio, osserva il riflesso di qualcuno che, ogni tanto, è con la testa nel passato...

JANAS ha detto...

consigliarti il libro La profezia di Celestino di James Redfield, si parla di come molti rapporti con le persone e nella coppia, e nella famiglia, siano basati sul fatto che tutti noi abbiamo bisogno per star bene di una certa quantità di "energia" (che dovremo essere in grado di trovare o produrre da noi, intende una sorta di energia psicofisica)...in mancanza tendiamo con certi atteggiamenti di "rubarla " agli altri..lo fanno quasi tutti i genitori con i figli, nel rapporto di copia, nei rapporti fra compagni e amici, ogni volta che si comportano con te in modo inquisitorio, ipercritico, possessivo, non è vero che ti senti sfinito, sfiancato? è perchè ti hanno portato via la tua energia..la stima di te! Se apprendi però il modo di non farti intrappolare in questi drammi...questo potrebbe non accadere più! troppo superficiale da spiegare qui...se vuoi approfondire leggi il libro!

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Questo libro non parla di strada.
La strada solamente appare sullo sfondo. È ambientato in strada, ma non di più.
Questo libro non parla nemmeno di gente di strada. Parla di gente e basta. É stato scritto in strada, questo si...
Questo libro parla di Ricominciare. Ricominciare daccapo, cercando di capire.
O ancora meglio: non facendo nulla senza prima aver fatto lo sforzo effettivo per capire. Prima capire, poi fare. Beati coloro che nella vita non han fatto ancora niente. Le loro pene, quando una buona volta capiranno la propria strada, saranno minime.


Maksim Cristan